Il didattito aperto da Ivano Alteri
Queste, Ivano, sono le mie immediate e personali onde riflesse prodotte dal tuo sasso nello stagno
di Donato Galeone
Da “Un Sasso nello Stagno” – già con vigorosa sensibilità politica giovanile comunista – Ivano Alteri evidenzia il comportamento del prete di Sgurgola che, in Chiesa, nei i comizi con omelia tendeva a scomunicarlo senza colpa e una donna incaricata dal suo Parroco di distribuire i ramoscelli di ulivo benedetto durante la processione della Domenica delle Palme – lo saltava – e riprendeva a darli a quelli che lo seguivano – non comunisti – mentre altra donna assidua frequentatrice dei riti religiosi, non solo la domenica, votava e faceva votare PCI come segno di coerenza, scrive Ivano, con quanto religiosamente credeva (nell’aiuto agli ultimi e poveri).
Oltre alla pressione politica strumentale in Chiesa del prete che la contraddizione del comportamento diversificato delle due donne, nonché, la “visione affollata” della inaugurazione di un “Nuovo Centro Commerciale” e il “quasi nessuna persona” davanti al piazzale di una Chiesa non poteva non favorire – superato un minimo d’infantilismo politico praticato in quegli anni – una “consapevole scelta profondamente complessiva sulle cose del mondo” ed essenzialmente domandarsi, tre volte, scrive Ivano: “Tu da che parte stai?”
Sulla perfezione o imperfezione dell’essere uomo (o donna) Ivano sottolinea che l’allontanamento da Dio verso l’Io ripropone l’esistenza o non esistenza di Dio ma per un puro atto di intelligenza in quanto “l’esistenza di Dio è bellissima e l’idea di Dio è meravigliosa”. Aggiunge che nella persistente condizione di non credente la presenza ineliminabile di Dio non abbia di per se potuto mutare il suo rapporto con la fede, pur domandandosi: Cosa è accaduto? Come è possibile che ciò sia avvenuto ?
Segnalo a Ivano, se vogliamo richiamarci a Sant’Agostino, che “l’Io è oscurità”. Perché il vero oggetto dell’amore di Di Dio è “la luce dell’uomo interiore che c’è in noi e ci permette di compiere e insieme di superare noi stessi, in quanto ci assegna un punto di prospettiva da cui possiamo vedere come dall’alto, e così distaccarci e liberarci dalle oscurità dell’ego (Io)” che, certamente, fa parte della condizione umana ma che nella prospettiva di fede non è né l’origine da cui veniamo e neppure il fine verso cui andiamo.
E anche il laico Fratel Daniel del Monastero di Bose, meditando il Vangelo e richiamandosi a Sant’Agostino, scrive che “tutti siamo religiosi anche l’ateo, l’agnostico o il laico puro e duro. Ognuno, infatti, adora qualcuno o qualcosa, fosse anche il proprio “IO” e questa è, tra l’altro, la peggiore delle religioni”.
Solo il domandarci – come tu scrivi – sulla nostra venuta al mondo con la nascita, aprendo per la prima volta e dolorosamente i polmoni alla vita e senza smettere fino alla fine dei nostri giorni, è misteriosamente un dono del Dio-Creatore!! E siamo, umanamente, non solo, il “Primo Bersaglio” dell’amore di Dio ma siamo stati creati con un primo proposito della nostra vita, cioè, siamo stati progettati per compiacere a Dio e Dio ci ha creati per poterci compiacere.
Mi permetto indicare che nella Apocalisse (4-11) si legge “ Tu, Dio, hai creato tutte le cose, e per Tua volontà furono create ed esistono” e noi umani siamo amministratori di tutto ciò che Tu ci hai dato. Siamo, certamente, nati e modellati dal Creatore che ci ha dato le capacità per servire, non per nostro utile, ma per solidarizzare con altre persone. E quel servire si concretizza imparando a conoscere i doni e i talenti che Dio ha messo nelle nostre vite terrene sviluppandoli.
Queste, Ivano, sono le mie immediate e personali onde riflesse prodotte dal lancio del tuo sasso nello stagno, mentre sul “perché non possiamo non dirci o chiamarci cristiani” richiamandoci al filoso liberale Benedetto Croce e al suo sbigottimento di fronte agli orrori del nazismo anch’io penso che non può non assumere valenza storica l’osservazione sul “Cristianesimo che è stata la più grande storia che l’umanità abbia mai compiuta e che possa apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane”.
Scrivi che l’ampio riconoscimento crociano al cristianesimo e ai suoi valori fondativi ti hanno commosso e pensando – ancora oggi – alle cose del mondo giungi a parafrasare il messaggio dello stesso filosofo che “ non possiamo non dirci crociani” pur rilevando che le critiche della Chiesa a Benedetto Croce non furono benevoli e in particolare sulla insistenza del filoso liberale nella caratterizzazione terrena del cristianesimo.
Così come – concludendo – con quel lancio del tuo sasso nello stagno tanto con la riflessione crociana quanto nei rapporti con i valori fondanti del cristianesimo e della sua Chiesa non potevi non coinvolgere, storicamente, gli uomini e le politiche della sinistra che ha “rinunciato a confrontarsi con la più grande rivoluzione di tutti i tempi”.
Tu osservi e pensi che niente è perduto e che “ci si sarebbe aspettati, ma forse è pretendere troppo, che una tale riflessione avvenisse all’atto della fondazione di quel partito, il PD, che diceva di voler ricongiungere le radici storiche della sinistra, del cattolicesimo popolare e del liberalismo”.
Questa tua osservazione, caro Ivano, sulla strutturazione di un PD progressista e riformista richiederebbe il lancio di “altro sasso nello stagno” sulla democrazia partecipata che significa: sostegno alla dignità della persona umana e il rispetto per i diritti umani, affrontando le disuguaglianze e integrando ambiente, lavoro e occupazione locale vera, nella dimensione europea, mediante “uno sviluppo tecnologico ed economico che se non lascia dietro di se un mondo migliore e una qualità di vita integralmente più elevata, non può essere considerato un progresso”.
(DG)
Dalla marina di Leporano, 13 ottobre 2020