Bambine a scuola

Bambine a scuoladi Daniela Mastracci – Si apre il nuovo anno scolastico 2017-18. Sarà il terzo anno di entrata in vigore della Legge 107/2015 altrimenti nota come la “Buona scuola”. Essa discende da una lunga serie di riforme scolastiche che, da oltre venti anni, stanno mettendo a rischio l’omogeneità del Diritto allo studio sul territorio nazionale della Repubblica, per via di un sistema di investimento pubblico tagliato di milioni di euro, di finanziamento pubblico diretto alle Scuole via via assottigliato, e sostituito da finanziamenti privati, sponsorizzazioni, crowdfundig, Fondi Europei, contributo volontario delle famiglie. Da notare però la crescita del contributo statale alle scuole private, il bonus fiscale alle famiglie che iscrivono i propri figli nelle stesse.

Tanti acronimi o se preferite tante sigle, ma pochi soldi per la scuola pubblica

Attiene ai Fondi Europei il cosiddetto Pon. La definizione è “Il Programma Operativo Nazionale (PON) del Miur, intitolato “Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento” è un piano di interventi che punta a creare un sistema d’istruzione e di formazione di elevata qualità. È finanziato dai Fondi Strutturali Europei e ha una durata settennale, dal 2014 al 2020, ovvero non sono fondi statali.
I finanziamenti vengono messi a disposizione delle scuole in forma di bandi, cui rispondere con l’elaborazione di progetti che le scuole inviano. Appositi Comitati di valutazione predispongono una graduatoria di merito in funzione della quale si rilasciano i finanziamenti. E’ implicito che ci saranno scuole finanziate e scuole non finanziate.

I docenti sono chiamati a porre la massima attenzione alle comunicazioni dei bandi, composti da un numero consistente di cartelle, leggerli, elaborare i progetti secondo le norme richieste, inviare e attendere la valutazione, ovvero l’assegnazione o meno del finanziamento. Una vera corsa a ostacoli, dove si lasciano indietro scuole che non potranno accedere ai finanziamenti. Si evidenzia qui la disomogeneità finanziaria tra gli Istituti. Entra in gioco anche il tema della competitività e del merito, sottesa ai quali sta la negazione stessa del principio dell’uguaglianza, della ripartizione equanime di finanziamenti, tale che metta tutte le scuole nella stessa condizione di operatività ed efficacia didattica, nonché nella tranquillità lavorativa che ne deriva, ove nessun docente, cioè, sia costretto ad emergere sui suoi colleghi, ma lavori in spirito collaborativo e collegiale, uniti nella stessa condivisa finalità che sarebbe l’educazione e formazione degli studenti. Energie invece che vengono sottratte a tale fine condiviso, in nome della presunta maggiore bravura di alcuni, rispetto ad altri. Energie da dedicare strenuamente alla scrittura dei progetti: chi se ne occupa può al contempo stare in classe a svolgere le sue lezioni, interrogare, verificare, correggere compiti, stare in relazione reale con gli studenti? Si lasci la domanda allo stato di domanda, ma è immaginabile quale possa essere la risposta.

La disomogeneità finanziaria cala addosso agli studenti e prima ancora ai docenti, perché minaccia la possibilità concreta di mettere in campo, tutti, le strategie necessarie al riallineamento dei saperi, al recupero, al potenziamento, all’acquisizione almeno della cosiddetta “prima acquisizione” (come recita l’art.3 del decreto 62/2017). Non scalfiscono tale minaccia possibili obiezioni che restano nelle pastoie del metodo “competitivo e meritocratico” delle nuove forme di finanziamento: escludenti, dividenti, richiedenti tempi che vengono sottratti alla didattica, oppure gravanti sulle spalle di docenti “missionari”. Tutto questo è assai lontano dal rispetto del lavoro e della dignità del lavoratore, come assai lontano dall’uguaglianza che dovrebbe essere garantita a tutti gli studenti italiani di qualsiasi istituto, nonché del Diritto allo studio, a rischio quando i docenti impegnati nelle progettazioni, non avendo il dono della ubiquità, difficilmente riescono ad essere in classe. Quanti articoli della Costituzione vengono sacrificati sull’altare della competitività e meritocrazia?

Evviva il “contributo volontario” delle famiglie degli alunni

Si tenga, inoltre, presente che alla mancanza di fondi strutturali, ovvero del “vecchio” Fis, fondo d’Istituto, assottigliatosi enormemente negli ultimi anni, sopperiscono le famiglie degli alunni con il cosiddetto “contributo volontario”: i genitori sanno di cosa si tratta e sanno quanto possa gravare sul bilancio familiare, specie se in famiglie con più figli, per non parlare poi di famiglie monoreddito e addirittura senza reddito, perché si è perso il lavoro. In questa Provincia migliaia di famiglie sono in stato di disoccupazione involontaria o di inoccupazione. Il contributo volontario, tale solo nel nome, serve per spese che altrimenti l’istituto non potrebbe permettersi, spese vive quotidiane e mensili, e quella stessa wifi, a banda larga e extra larga, che consente alle scuole di essere in grado di attivare le forme tanto decantate della didattica digitale. La spesa pubblica è stornata dalle leggi finanziarie, ma ricade de facto sulle famiglie italiane.
Possono sopperire alla mancanza di fondi per i recuperi i docenti del cosiddetto organico potenziato? I colleghi docenti del potenziamento non sono presenti in tutte le scuole; ove presenti, spesse volte provengono da classi di concorso di cui l’istituto non ha bisogno e perciò vengono “utilizzati” con grande difficoltà e buona dose di immaginazione. Per svariate ore di servizio, gli insegnanti del potenziamento sopperiscono ai docenti assenti con le supplenze, per le quali la scuola non può pagare l’ora aggiuntiva proprio perché mancano i fondi, quindi i docenti del potenziamento sono “utilizzati” come “tappabuchi”, a tutto danno della professionalità e dignità dei suddetti colleghi. Anche in questo caso resta la eterogeneità tra gli istituti, rispetto alle esigenze cui contingentemente devono rispondere, trovando escamotage alla mancanza strutturale di fondi certi.
Un ultimo passaggio a proposito della bocciatura alla scuola primaria: è noto che l’attuale norma (62/2017) ricalca norme già in vigore da tempo, ma si sottolinea la novità dei “livelli di prima acquisizione”, e i corsi di recupero da attivarsi entro l’anno scolastico. Si riapre qui la contraddizione già evidenziata tra mancanza di fondi e l’obbligo dei recuperi. Si è espressa bene la responsabile nazionale CGIL dei Dirigenti Scolastici, Roberta Fanfarillo, “L’insegnamento è cambiato, un dovere sostenere gli alunni. Più che sui criteri per la promozione – dice Fanfarillo – mi soffermerei sui corsi obbligatori previsti per chi ha gravi insufficienze. Per gli istituti, infatti, sarà difficile organizzare le ore di recupero. Sulla carta dovrebbero essere svolti grazie all’organico dell’autonomia, ma non sempre gli istituti hanno i docenti di cui hanno bisogno”
Molto altro ci sarebbe da aggiungere: la scadenza ormai decennale del contratto nazionale del comparto scuola; taglio alle ore curriculari; tagli al numero degli insegnanti di sostegno e dei mediatori culturali; dell’abrogazione del tempo pieno alla primaria e prolungato alla scuola media, del maestro pressoché unico. Ovvero altro c’è da dire a proposito della condizione strutturale in cui è messa la scuola pubblica oggi in tutto il suo intero curriculo. Non bastano sigle, inspiegabili ai più, per contestare un’argomentazione complessa che discende da principi condivisi da migliaia e migliaia di insegnanti, quelli stessi che hanno animato le piazze nel 2015.

Riepilogo in pdf dei finanziamneti citati nell’articolo,  clicca sul link che segue   PON FIS Finanziamneti scarsi per la scuola pubblica

Di Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.

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