
di Daniela Mastracci – Intervista a Tiziano Ziroli, di Vertenza Frusinate, dopo l’incontro del 20 Dicembre 2016
D. Salve Tiziano e grazie per la tua gentile disponibilità a fare con me questa chiacchierata. Martedì 20 dicembre vi ho ascoltato all’iniziativa da voi promossa. Ero in sala insieme a tante persone ad ascoltare un Gino Rossi davvero toccante. UNOeTRE.it ha già scritto in proposito ad opera di Ignazio Mazzoli. Io però vorrei parlare con te per farmi raccontare la vostra situazione, il dramma che può essere la disoccupazione: da molto ormai siete disoccupati e tanti di voi sono senza reddito. Possiamo intanto fare una ricostruzione riassuntiva di che cosa è Vertenza Frusinate?
R. Si certo. Vertenza Frusinate nasce da un gruppo di disoccupati che si è incontrato e ha formato questo nostro Comitato. Parlando tra di noi, disoccupati, ci siamo resi conto che eravamo ciascuno a fare la propria battaglia, ognuno nella propria vertenza: cioè c’era la vertenza Marangoni, Ilva di Patrica, Videocon di Anagni e poi disoccupati provenienti da altre aziende. Eravamo in tanti e disoccupati di vario genere: io, Ziroli, provengo dalla grande distribuzione (Ziroli viene dalla grande distribuzione Conad a Roma: ha chiuso punti vendita e ha mandato in mobilità le famiglie), Gino Rossi dalla Videocon, un ragazzo dalla Marangoni, un altro dall’Ilva, e via dicendo.
D. Ci racconti da cosa è partito tutto?
R. Provo a farti una ricostruzione. Cominciamo dalla Videocon che fallisce e i lavoratori, dopo 10 anni di cassa integrazione, vengono mandati in mobilità; alla Marangoni succede una cosa strana: i lavoratori tornano dalle ferie ad agosto 2014 e trovano i cancelli chiusi, la fabbrica aveva chiuso: il proprietario voleva vendere il sito (al momento ancora non si sa se è stato venduto o no); sull’Ilva c’è quasi un mistero: la fabbrica è legata all’Ilva di Taranto, commissariata dal governo. La fabbrica di Patrica chiude ma non fallisce: pare che ci siano compratori, ma è commissariata dal governo come quella di Taranto e è tutt’ora ferma. Alla Marazzi è accaduta un’altra cosa strana: la fabbrica ha chiuso e ha mandato in mobilità 90 lavoratori. Ma sappiamo che la fabbrica è stata acquistata dalla Saxa Gres: hanno fatto un accordo secondo cui avrebbero riassorbito i lavoratori, ma anche lì è ancora tutto fermo.
D. Parli di una situazione che va avanti da molti mesi, anni addirittura. Come vivono le famiglie in stato di disoccupazione tanto lungo?
R. Le famiglie che hanno già perso il lavoro e con esso il reddito come campano, mi stai chiedendo? C’è chi è fortunato perché lavoricchia la moglie; chi si sta arrangiando a tirare a campare, facendo lavoretti che aveva imparato da ragazzino, tipo pittore o muratore. Ma le famiglie non hanno reddito. Mi arrivano messaggi da chi gli pignorano la casa. Chi non sa dove sbattere la testa si è rivolto ai servizi sociali con il rischio di vedersi allontanati i figli.
D. Perché? Che fanno i servizi sociali?
R. Possono allontanare i figli dai genitori che non riescono più a mantenerli. Possono portarli in strutture tipo le case-famiglia. E allora quei genitori non dicono tutta la verità. Come potrebbero?
D. Come sta chi è disoccupato?
R. La disoccupazione diventa una vera e propria patologia psicologica: conosco casi di persone che sono state riprese per i capelli, che erano la là per fare un gesto estremo. Un amico mi ha confessato che prende psicofarmaci per stare calmo. Ha l’esaurimento nervoso. La situazione è tragica. Stiamo male dentro. Ma i politici non capiscono. Forse ci spieghiamo male noi?
D. Racconta ancora cosa provate
R. Quando abbiamo girato il video delle fabbriche chiuse, a guardare quelle fabbriche sapessi che pena! Gino Rossi e Luigi Carlini come si guardavano quella fabbrica! Sembrava che gli venisse da piangere. E noi stavamo a sentire i loro ricordi…. Quella scritta, quella sala,…c’è una comunità dentro un posto di lavoro, ci dicevano. C’è la vita che ci abbiamo passato dentro.
D. Conosco bene il video di cui parli e di sicuro anche i nostri lettori: un’amara ripresa di un sito che era tanto industrializzato, ma che oggi sembra un luogo di fabbriche-cadaveri. Ma lì si lavorava, in moltissimi. Che senso ha il lavoro per te?
R. Il lavoro ricrea una società, una normalità sociale. Non c’è più normalità senza lavoro. Ci sono i padri di famiglia e le mamme di famiglia rimaste sole, che non possono più campare i figli. Qualcuna ha anche figli disabili: come deve fare? Che può fare? E poi il problema della disoccupazione per me è disagio sociale, come la dipendenza dalle droghe. E dico così non solo per le droghe vere e proprie, ma anche per gli psicofarmaci: ci si droga pure con quelli, non si riesce a smettere.
D. Secondo te la mancanza di lavoro produce esclusione sociale?
R. Si, perché restare nella società e nelle regole è difficile. Mantenere la dignità, la barra dritta, fare cose legali, molti ce la fanno ma qualcuno no. I giovani specialmente. I giovani sono più trasportabili in situazioni di illegalità. Vedi quello che è successo a Frosinone al casermone: la criminalità è come la gerarchia di un’impresa, è una srl con turni lavorativi e incentivi. Quanti padri di famiglia potrebbero essere tentati di andare dall’altra parte della barricata? E i giovani? E i figli che ti possono dire: a fa il bravo e fa l’onesto ecco come stai. Come glielo spieghi ai figli? Quale è la parte della ragione?
D. ome si fa con le spese per la scuola?
R. Lo Stato non ci dà niente; la scuola è pubblica ma a pagamento: libri, zaini, penne, quaderni, materiali didattici. Tutto a pagamento, e tutto costa tanto. E poi dipende anche da che scuola scelgono i figli, specie per le superiori. E chi vuole andare all’università? Alcuni non hanno potuto mandarceli i figli all’università. Alcuni non possono comprare le cose che servono.
D. E per il vestiario come fate?
R. Si va al mercato; e nelle famiglie con più di un figlio, si passano i vestiti tra fratelli. Io li passo a mio figlio. Anzi ce li scambiamo, perché ormai abbiamo la stessa taglia.
D. Oggi come oggi essere connessi al web è praticamente una necessità: vera o presunta, qui non ne discuto. Ma certamente può essere un problema per chi è disoccupato avere il telefonino e la connessione, è così?
R. Hai ragione sembra che la società imponga certe cose. Come si fa? Gli insegnanti danno da fare le ricerche su internet. Devi avere internet a casa. Devi trovare il modo di avere la wifi cercando di attutire il colpo di un reddito che non c’è più; cercando di non far sentire i figli in difficoltà nei confronti degli altri compagni. Noi tra genitori ci capiamo, ma i ragazzi come reagiscono? Qualcuno non accetta una situazione dove ci si sente emarginati; e, da parte di chi invece può avere queste cose che sembrano “normali”, qualcuno li prende in giro, i ragazzi disagiati. Quella della disoccupazione e della mancanza di reddito è una situazione sociale che per me è una bomba sociale. Si sono distrutte famiglie. Ci sono state separazioni. C’è chi reagisce male e sono arrivati i divorzi. Alcuni sono caduti in dipendenze.
D. E però con quali soldi?
R. E che ne so? L’ho detto che mantenere la barra dritta è difficile. Le dipendenze poi sono di tanti tipi: dipendenze da alcol, da farmaci che se fanno da soli si fanno del male: devono farsi controllare dai medici. L’ozio è il padre dei vizi. C’è chi tiene la mente occupata e chi invece sta tutto il giorno sdraiato sul divano a vedere la tv o seduto al bar, oppure chi già aveva delle dipendenze e ci ricade. Alcuni si lasciano andare con il rischio della depressione.
D. Ecco, a proposito di questo, come si vive il tempo della giornata?
R. Una volta un amico, Adriano Papetti, fece una distinzione di tempo tra chi lavora e chi è disoccupato. Disse che 60 minuti per chi lavora, sono i minuti sociali che conosciamo tutti; i 60 di chi non lavora sono 60 ore. Per chi ha reddito sono 60 minuti che hanno senso, perché danno quel reddito; per chi non ha reddito è tempo perso, di non vita, senza senso. Solo un senso di impotenza. E guardi i figli e ti senti male perché non gli puoi dare nemmeno 2 euro per un gelato.
D.C’è differenza nelle reazioni individuali tra voi disoccupati?
R. Ognuno ha una coscienza; certo queste situazioni dovrebbero far pensare. C’è chi ad un certo punto si può chiedere “perché non reagisco?” perché non reagire incrementa il senso di colpa. Invece reagire non mi manda in depressione. Mantengo la mia dignità. So che porto avanti un battaglia giusta. E dà modo di sentirsi sollevati dalla responsabilità di non poter mandare avanti la famiglia. Chi non reagisce, invece, più passa il tempo e più non ce la fa. E ti senti in colpa. Ci si sente inutili. Quando sei avanti con l’età e sei disoccupato, questa società ti fa sentire inutile. Ma ti fa sentire inutile anche a 40 anni, quando però sei ancora nel pieno delle forze. Uno una volta m’ha detto “io farei anche i lavori umili”. Io gli ho risposto “no, c’è l’umiltà di non avere lavoro”. Bisogna avere l’umiltà di fare qualsiasi lavoro; tutti i lavori hanno una dignità, non c’è gerarchia. Ma se togli la dignità alle persone è come se gli togli una parte di vita. Se lo fai sentire inutile, sorpassato, inadeguato, quello che può pen
sare di sé? E sta male.
D. Com’è la vostra quotidianità?
R. Per chi lavora il quotidiano è stabilito: c’è la sveglia che ti fa cominciare la giornata lavorativa. C’è la socializzazione sul posto di lavoro. Nel supermercato, da dove vengo io, c’erano i rapporti con colleghi e con i clienti. E alla sera torni a casa, stai con la moglie e coi figli e racconti la giornata. Si cena insieme e si sta bene perché hai vissuto la giornata in modo utile. Porti a casa lo stipendio per le bollette, l’affitto, il mutuo. Puoi uscire con la famiglia, pagare palestra ai figli. Puoi toglierti quelle piccole soddisfazioni personali, la cena con amici, una vita normale, tranquilla. Se lavora anche la moglie si sta ancora meglio. Invece quando perdi il lavoro, lì è un dramma. Quando lavori aspetti le ferie per stare un po’ a casa con la famiglia. E pensi che porti i figli al mare, che ti riposi. Ma quando perdi il lavoro, per un momento sembra che non realizzi, come se stai in ferie poi tanto torno in fabbrica. Ma dopo due, tre mesi, ti rendi conto che là non ci torni più. Sei senza lavoro, hai una certa età, le politiche sono diverse, i modi sono diversi: non è più facile trovare lavoro come quando l’hai trovato la prima volta, lo ritrovavi facile vent’anni fa. Dopo qualche mese che stai in mobilità, cominci a renderti conto che la quotidianità di prima, che eri tranquillo (anche se gli stipendi non bastano mai), non ci sta più. Adesso non c’è nemmeno quella goccia fissa al mese. E ti chiedi “adesso che faccio?” C’è chi mette sempre la sveglia, ma quando ti svegli dici “stamattina che faccio?” Prima ti alzavi e andavi, adesso che faccio? Che ti inventi? A qualcuno capita la fortuna che il lavoro lo perde l’uno, lo trova l’altro, tra marito e moglie. Ma è solo un caso fortunato. All’inizio ti pare che riacquisti il rapporto con i figli, specie se sono piccoli. Però sai che materialmente non gli puoi dare quello che gli davi prima. I figli costano tanto da piccolissimi e via via crescendo.
D. Lavorare è fondamentale per la propria tranquillità e quella della propria famiglia. La dignità è fondamentale. Tornare a lavorare è importantissimo, ma si riesce ancora a ritrovare un lavoro? E come dovete muovervi per sperare nel reinserimento nel mondo del lavoro? Oggi si fa tutto on line e di certo questo implica altra emergenza per chi non conosce le nuove tecnologie o non può accedervi.
R. Infatti è assolutamente necessario ritrovare il lavoro. Ma non tutti reagiscono allo stesso modo: c’è chi reagisce allo “schiaffo” della disoccupazione e si dà da fare. Però qualcuno non ce la fa. E poi le cose sono cambiate rispetto a quando abbiamo trovato lavoro la prima volta. Prima facevi il curriculum e lo portavi a mano dal datore del lavoro. C’era un rapporto personale, ti guardava in faccia. Adesso non è così: si fa tutto on line, dai dati al curriculum, telefono e tutto. Poi loro ti chiameranno (se ti chiameranno).
D. E però se qualcuno non è in grado?
R. Infatti qualcuno non è in grado. Sia perché non tutti hanno la wifi, sia perché qualcuno non è proprio capace tecnicamente. Per esempio è successo con il contratto di ricollocazione: dovevi andare sul sito della Regione Lazio e aderire al bando. Alcuni si sono rivolti a me per farsi dare una mano perché stavano senza pc o senza rete. E alcuni perché non sono proprio capaci materialmente. C’è qualcuno che trova lavoro. Ma sono pochi. Anche io ho inviato curriculum: ho 23 anni di esperienza nel campo della grande distribuzione, conterà qualcosa o no?
D. In una condizione tanto dolorosa e tanto a rischio, come mi hai fatto capire dalle tue parole, cosa ti aspetteresti dalla Politica? Cosa pensi che si possa fare?
R. Per ripartire adesso in Politica ci vuole passione, cuore e umiltà: queste tre cose deve avere il politico. Per la disoccupazione ci vuole ascolto e attenzione. Mi aspetterei che ci si dicesse “ok portiamo avanti questa battaglia”; mi aspetterei che il politico entrasse in empatia con noi.
Grazie Tiziano. Un grande in bocca al lupo da UNOeTRE.it e da tutti i suoi lettori, ne sono certa.
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