La scuola al primo posto. Ma forse non quella pubblica. Era questo uno degli annunci di Renzi. Sappiamo bene chi ha inventato la politica degli annunci. Sappiamo bene chi annunciando una cosa, ne faceva un’altra. Il vero problema italiano, sta nel fatto che Berlusconi non va via per colpa delle sue politiche completamente sconnesse con quello che la società italiana richiedeva, ma è andato via per colpa dei processi, degli scandali. Per questo le politiche di Renzi, uguali a quelle di Berlusconi, non destano alcuno stupore tra la gente che ha votato Pd. Ci guardiamo bene dal dire: “hanno votato Renzi”, perché il Matteo nazionale, non è mai stato eletto in parlamento, non ha concorso alle europee.
Renzi, mentre da una parte cerca di accattivarsi le simpatie del ceto medio, degli insegnanti (solo perché sua moglie è insegnate), dall’altra non dice che il suo governo si prepara a tagliare un miliardo e mezzo di euro alla scuola pubblica.
Gli 80 euro: un trucco – Tra il lavoratori del pubblico impiego e della scuola, in pochi hanno capito che l’operazione degli 80 euro non è una bene. Ma hanno votato Pd, pensando di votare Renzi. Se a fine anno, con quegli ottanta euro in più aumenterà l’aliquota in busta paga, sono attesi numerosi conguagli fiscali che faranno dimagrire le buste paga del mese di febbraio. Visto che nel settore privato i conti se li sono fatti, per alcune fasce di reddito, molti privati hanno detto ai dipendenti: «Non vi diamo 80 euro in più, perché tanto a Febbraio dovremmo toglierveli».
Gli 80 euro non producono nulla perché non sono un ritocco del contratto, non rappresentano scatti di anzianità e non producono nulla in termini di trattamento di fine rapporto. Per alcuni potrebbero rappresentare semplicemente la possibilità di aumentare il potere di acquisto di alcune famiglie, ma considerata la crisi, molte famiglie continuano a tenere stretta la cinghia.
Questa operazione ha però garantito a Renzi percentuali storiche per il suo partito. Tolti però gli effimeri vantaggi che scaturiscono da questi 80 euro, bisogna sottolineare che non si parla più dell’assunzione dei precari della scuola (ne erano previste diverse decine di migliaia quest’anno). Non si parla neanche di turn over per gli insegnanti che vanno in pensione.
Gli insegnanti che si sono bevuti le storielle di Renzi, con le nuove tasse sulla casa e con il conguaglio fiscale in arrivo, probabilmente cambieranno idea.
Il settore ricerca – In questi giorni stiamo parlando spesso di scuola, di insegnanti, tralasciando quelli che nelle università lavorano quasi gratis. Abbiamo una situazione di precarizzazione nelle università italiane, spaventosa. Sotto attacco era il sistema di reclutamento di questi assistenti, ricercatori e professori. Probabilmente sarebbero dovute cambiare le regole del reclutamento: concorsi seri, e non ad hoc per alcuni. Ma di questo non si parla più.
Non si parla di ricerca, intesa come quella struttura delle università italiane che svolge un lavoro di ricerca in quei settori in cui non si è mai approfondito lo studio. Lo Stato italiano, non investe più, non dà più fondi alla ricerca per uno studio che inizia da zero.
Il risultato oggi è che le giovani menti prodotte dal sistema universitario italiano, scappano per trovare un modo per lavorare all’estero. Tra qualche anno però, l’Italia non avrà neanche più le giovani menti in grado di portare avanti laboratori, ricerche scientifiche nei più svariati settori.
È uno scenario apocalittico che ci accingiamo a vivere, dove ai ricercatori rimasti, viene chiesto di andare ad insegnare al posto dei docenti universitari: invece di risolvere la questione dei baronati, si vuol probabilmente togliere la figura del docente universitario.
Politiche di destra – Sono sempre di più quelli che in passato hanno votato per Berlusconi, e che oggi voterebbero Renzi. Sono gli stessi che dicono di averlo votato alle europee. Attenzione: non il Pd, o questo o quell’altro partito. Ma Renzi. Ex elettori di centrodestra che commentano sui social network, che chiamano trasmissioni radiofoniche, e manifestano approvazione nei confronti delle politiche renziane, volte a distruggere scuola pubblica, pubblico impiego, contrattazioni nazionali di altre categorie.
Assistiamo allo spostamento politico dell’asse della denuncia: chi fa notare quelli che sono i mali di questa nazione, sono coloro i quali li hanno creati, votando Berlusconi prima, e ora sostenendo Renzi. Il premier non è il Pd, ma il partito è complice di queste politiche: non esiste attualmente una vera struttura partito, se c’è è tutt’altro che forte, ed è attualmente incapace di contrastare al suo interno, anche solo mediaticamente Renzi. Il risultato sono i continui mal di pancia della base, che iniziano a dubitare realmente dell’operato.
Renzi ha preso voti, per le Europee, tra gli impiegati del pubblico impiego, tra gli insegnanti. Diciamo tra quelli che possono, probabilmente, ancora definirsi ceto medio. Ma è proprio a loro, che con l’annuncio di riforma della scuola sta per andare contro. Le scelte che il ministro Giannini – montiana di Scelta Civica – sono le medesime della Gelmini. Quest’ultima però aveva almeno il pudore di chiamare i tagli con il loro nome. Stavolta i tagli vengono definiti risparmi: ogni centesimo investito sulla scuola è una risorsa. Ciò che dovrebbe indignare di più i docenti è il fatto che l’attacco alla scuola pubblica, è un attacco alla Costituzione democratica.
36 e 24 ore – Nei giorni scorsi abbiamo sentito parlare di aumento dell’orario scolastico fino a 36 ore. Ma è solo per la scuola primaria, per la secondaria saranno 24. Un terzo in più dicono, senza però contate che un terzo per i lavoratori della scuola primaria sarebbe un delirio.
Siamo alle solite: l’annuncio di una legge, diviene prima “legge nella mente dell’opinione pubblica”. Il pensiero della massa, poi, può giustificare una normativa che distruggerà qualcosa che è stato realizzato in decenni di lavoro, di lotte sui diritti, di conquiste. Nel frattempo si cerca di delegittimare il ruolo di chi fa mediazione, di chi lavora per la tutela dei lavoratori.
Ma cosa significa lavorare di più, stare più tempo a scuola? Significherebbe anche apportare modifiche alle condizioni di lavoro dei docenti: immaginate un docente davanti ad un pc, con le sedie delle cattedre. Un docente costretto a fare orario d’ufficio, dopo le ore frontali, dovrebbe avere la possibilità di avere un ufficio e una sedia che rispettano norme di sicurezza. Non dovrebbe stare davanti ad un pc, personale ma attribuitogli dalla scuola, per un periodo limitato di tempo, secondo le norme sulla sicurezza dei lavoratori che ci sono anche nel privato.
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