(Questa è una sintesi di un lungo intervento del prof Francesco Rabotti* di cui si riportano passaggi significativi) «Il 4 dicembre serve un voto libero e consapevole. La Costituzione non è paragonabile ad una legge ordinaria (anche se mi sembra che gli aspiranti costituenti la trattino alla stessa stregua sia per la forma che per la sostanza). Il testo proposto dal governo spacca invece il Paese rischiando di far crollare la casa comune.»
Il ritornello di questi mesi: «cambiare, costi quel che costi. Cambiamento è parola che di per sé non ha un valore positivo. Per capire il valore del cambiamento, non basta pronunciarne la parola a mo di formula magica, ma valutarne le conseguenze e gli effetti. Perché si può cambiare in meglio ma anche in peggio.»
Ci sono questioni di metodo e di merito da valutare:
Il metodo
«Una procedura inusuale e senza precedenti. La riforma è materia del parlamento, non del governo. Il Parlamento che ha licenziato la riforma di iniziativa governativa, è stato eletto sulla base di una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale con sentenza n. 1 del 2014. La proposta di riforma è stata approvata da una maggioranza risicata del parlamento, mentre la costituzione entrata in vigore nel 1948, ha avuto una condivisione di quasi il 90%. Le costituzioni nascono per limitare i poteri e non per attribuirne di ulteriori come pretende di fare questa riforma a favore del governo e dello stato centrale. Questa riforma: letteralmente è scritta malissimo mentre la costituzione deve essere chiara e comprensibile, e diversi autorevoli costituzionalisti, hanno pubblicamente dichiarato che non l’hanno capita. Figuriamoci dunque, la difficoltà del popolo a capirci qualcosa. Questa non è una circostanza di poco conto.»
Ci sarà più tempo per fare le riforme, dopo il 4 dicembre «se prevarranno i no in quanto il popolo prenderà coscienza della necessità di impegnarsi con senso di responsabilità a seguire con maggiore attenzione la vita pubblica e potrà aprirsi un tempo propizio al cambiamento positivo.»
Il merito
L’eliminazione del bicameralismo perfetto provoca uno squilibrio tra Camera e Senato con evidente sudditanza di quest’ultimo. «Il Senato delle autonomie, presenta una forte contraddizione con l’impianto della riforma che punta su una spiccata centralizzazione dell’organizzazione dello Stato, con le Regioni ridotte a meri organi amministrativi e le Provincie eliminate. Costi sostanzialmente intatti, in quanto l’apparato Senato rimane immutato.» E’ vero, c’è l’eliminazione del bicameralismo perfetto, «ma permane il bicameralismo in materie importantissime quali le riforme costituzionali, tutto ciò che è afferente alla applicazione della legislazione della unione europea, che è sempre più preminente». Quindi il bicameralismo rimane.
«1) I senatori non verranno eletti più dai cittadini con notevole restringimento del principio supremo e fondamentale della sovranità popolare, sancito nella prima parte della costituzione.
2) In Italia c’è una sovrapproduzione di leggi, il vero problema non è diminuire i tempi di approvazione delle leggi, infatti nella scorsa legislatura, su 224 leggi approvate, 180 sono state approvate in prima lettura, senza il tanto deprecato fenomeno del ping pong, richiamato dai sostenitori del SI
3) Il vero problema non sono i tempi di approvazione delle leggi, ma la mancata adozione dei decreti attuativi, che spettano ai ministeri competenti, per permettere alla legge di produrre i suoi effetti.
4) Sono sicuramente prevedibili contrasti tra le due Camere in ordine all’applicazione dei diversi procedimenti con conflitti da sciogliere da parte dei presidenti dei due organi, se trovano l’accordo. E se non lo trovano? Come conseguenza di plurimi procedimenti legislativi previsti nel famigerato e lunghissimo art. 70 legge di riforma, quello di prima era di tre righe.
5) Efficienza. Altra promessa forte della riforma per l’attribuzione di maggiori e più incisivi poteri al governo. Formalmente permane la centralità del parlamento, ma di fatto viene introdotto un premierato strisciante. Rappresentatività e garanzie sacrificate in nome dell’efficienza, confusione tra i valori che entrano in gioco quando si parla di democrazia che non può essere misurata in base all’efficienza, concetto di matrice economica, bensì in base all’efficacia.»
Con la nuova ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni l’autonomia delle Regioni è assottigliata a tal punto da ridurla, rispetto alla situazione attuale, a ben poca cosa.
Inoltre, dulcis in fundo, «la riforma prevede la cosiddetta “clausola di supremazia”. Il governo al dilà delle competenze in nome di un interesse nazionale o di unità dell’ ordinamento può legiferare anche in ambito regionale. Questo significa il dominio dello Stato sull’intero campo della legislazione e un ruolo nettamente subalterno delle Regioni.»
La distanza tra i cittadini e il potere aumenterebbe enormemente. Inoltre si consideri che «la riforma si applica immediatamente solo alle regioni a statuto ordinario, e non a quelle a statuto speciale. E’ agghiacciante avere contemporaneamente in vigore due testi della Costituzione a seconda che i destinatari siano le regioni a statuto ordinario o quelle a statuto speciale.»
Gli effetti sull’elezione Presidente della Repubblica e riflessi su composizione Corte Costituzionale: «dal settimo scrutinio in poi per elezione del Presidente della Repubblica occorre il quorum dei 3/5 dei votanti. Prima occorreva la maggioranza degli aventi diritto. Dai calcoli matematici effettuati in linea teorica bastano 221 elettori per nominare il presidente della Repubblica. Con l’Italicum, alla Camera per effetto del premio di maggioranza, 340 deputati vanno alla lista vincente: ecco realizzata la democrazia dell’investitura, un uomo solo al comando.»
«Si andrebbe configurando una democrazia dell’investitura, come è stata definita in dottrina o, come l’ho definita io, una democrazia del biliardo, nel senso che chi prevale alle elezioni politiche fa filotto, prende tutto: presidente del consiglio dei ministri, presidente della repubblica, 5 giudici della corte costituzionale ( quelli di nomina da parte del Presidente della Repubblica).»
Se la Costituzione fosse un orologio. «L’orologio deve battere il tempo con precisione. All’interno della cassa dell’orologio c’è un meccanismo di pesi e contrappesi, come quello contenuto all’interno di una Costituzione. Se si modificano i meccanismi, se si altera l’equilibrio tra pesi e contrappesi un orologio potrebbe sfasarsi e non funzionare come dovrebbe e in caso di guasto si può anche buttare e poco male, ma nel caso di guasto alla Costituzione si butta all’aria tutto un sistema politico, sociale ed economico con danni irreparabili.
Evitare tutto ciò si può con il coraggio per dire no, per difendere gli ideali, contro chi detiene il potere, ed è la cosa più giusta, per me da fare.»
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Frosinone, 30 novembre 2016
Avv. Prof. Francesco Rabotti
*Presidente Comitato società e Famiglia per il NO Frosinone
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