Gasbarra 350-260di Valerio Ascenzi – Quel che mancava al Partito democratico era una nuova corrente. Era da troppo tempo ormai che non accadeva. Quindi è nata Noi Dem, ma Guai a chiamarla corrente (dicono gli esponenti). Cos’è allora? Sarebbe un progetto che punta ad ispirarsi al modello del PD nazionale, sostengono sempre gli esponenti, ed è stata formata da tre gruppi storici del Partito democratico di Roma e del Lazio che hanno finalmente deciso di mostrare la loro vera natura: i popolari di Giuseppe Fioroni ed Enrico Gasbarra; gli ex Ds dalemiani di Umberto Marroni e Micaela Campana; i renziani di Paolo Gentiloni e Lorenza Bonaccorsi.

A nostro avviso è il trasformismo una delle caratteristiche che può tenere legati uomini e donne di questa corrente, che al suo interno vanta nomi che hanno dimostrato di essere buoni per tutte le stagioni, di poter essere dalemiani, fassiniani, veltroniani, lettiani, renziani, prodiani e chi più ne ha più ne metta, a seconda delle situazioni. Si parla poi di ispirazione al PD nazionale. Quale Pd? Quello al Governo o quello che ha azzerato la dialettica interna e che ogni tanto si concede di convocare una segreteria?
Mentre il Governo Renzi è impegnato in quella che è una lotta senza quartiere, finalizzata allo smantellamento della Costituzione repubblicana (con la collaborazione occulta di Berlusconi e nel totale spregio di quelli che sono i problemi reali del Paese reale) nel PD del Lazio hanno pensato bene di organizzare un nuovo gruppo. Ma gli esponenti non vogliono che si chiami corrente, proprio perché in effetti lo è, ma non è più di moda. Dichiarano di voler andare oltre il correntismo, ma non hanno sentito le risa di chi ha letto gli articoli di stampa su questa iniziativa. Chissà cosa realmente significa, per costoro, andare oltre. A giudicare dalle facce dei primi che vi hanno aderito, siamo portati a pensare che costoro, del correntismo se ne infischiano proprio. Ma attenzione non è una cosa buona: questi politici delle correnti, intese come aree di discussione, di dibattito tra diversi esponenti di una certa provenienza cultural politica, non hanno la benché minima consapevolezza. Per questi signori la discussione è roba superata. Qui il parallelismo con il PD nazionale, anzi con Renzi, è totalmente calzante. Molti di questi illustri esponenti, sono l’esempio di quali aberrazioni possa produrre oggi il trasformismo in politica: gattopardescamente tutto cambia, ma a nostro avviso troppo velocemente, sempre per fare in modo che la popolazione sia sempre disorientata.
Mettiamola così: Noi Dem si appresta a configurarsi come l’ennesimo tentativo di restyling, per un gruppo nutrito di politici ormai datati, che abbiamo da tempo avuto modo di conoscere, e che Renzi non ha mai voluto toccare perché anche la rottamazione renziana è un operazione gattopardesca. Come gattopardeschi possono essere gli intenti di chi vuole un gruppo, così eterogeneo come Noi Dem. Non è la dialettica interna che li terrà uniti, ma quel che loro dicono di voler combattere, ma che in effetti non ostacoleranno mai.

Enrico GasbarraL’obiettivo di Noi Dem sarebbe quello di superare il correntismo inteso come “spartizione da manuale Cencelli”. Questa corrente – perché tale è, inutile creare sciocchi neologismi – nascerebbe per contrastare qualcosa che finora, molti dei suoi esponenti hanno voluto invece conservare. La spartizione delle poltrone. Non si sa di preciso quali siano, ma chi aderisce a gruppi del genere di solito pensa che se la poltrona non c’è oggi, uno sgabello nell’attesa lo può comunque trovare e domani la pazienza verrà premiata. Il quotidiano Il Tempo, nella sua versione on line, commentava qualche giorno fa: «In Noi Dem c’è un melting pot (amalgama) di culture politiche che coinvolgono tanto la maggioranza quanto l’opposizione interna a livello locale». Premesso che non sappiamo, in realtà, quanti tra costoro sappiano realmente cosa sia un melting pot, il concetto espresso sul quotidiano – notoriamente schierato a destra – cozza fortemente con l’ispirazione di Noi Dem al modello del PD nazionale, dove la minoranza è completamente esclusa da ogni forma di dialogo. Ma forse non si parla realmente di dibattito sui problemi, forse si vuol far intendere che le minoranze vengono tutelate in qualche modo, con qualche incarico. E quindi riecco presentarsi lo spettro del manuale Cencelli. Questo perché la tutela delle idee e delle proposte valide delle minoranze, non fa parte della cultura di chi fa finta di ascoltare, per poi agire come più ritiene opportuno.
Noi Dem sarebbe «un laboratorio per le riforme, per le proposte e l’azione di governo per la Provincia e la Regione». Affermazioni che destano ilarità ad alti livelli. Il PD ormai è malato, a chiacchiere, di riformismo. Si parla solo di riformare, cosa non si sa. Ma loro credono che far politica oggi significhi semplicemente nominare il concetto di riforma. Se in Noi Dem avessero intenzione di fare qualche riforma in linea con quanto accade nel PD nazionale, considerato il caos creato da Renzi, immaginate cosa potrebbero riuscire a creare gli esponenti di cui sopra nel Lazio.
Insieme a Gasbarra e ai deputati Umberto Marroni e Micaela Campana e alla presidente del PD del Lazio Lorenza Bonaccorsi, pare abbiano aderito anche il presidente dell’Assemblea Capitolina Mirko Coratti e l’ex eurodeputato ciociaro Francesco De Angelis, nostra conoscenza. Ovviamente vi avranno aderito a cascata anche tutti coloro i quali, eletti e non, con incarichi o senza, sono collegati a De Angelis. De Angelis ha già portato sul territorio iniziative pubbliche per promuovere l’associazione, invitando anche gli eletti – sindaci soprattutto – in provincia di Frosinone. Una mossa astuta, per accaparrarsi la paternità dell’individuazione dei candidati che poi hanno avuto successo nei comuni in cui il PD ha vinto. Astuta perché la vicinanza ai sindaci eletti, è palese, se la stanno contendendo, come al solito, Scalia e De Angelis.

Il punto di riferimento dell’area Noi Dem sarebbe Gasbarra, il quale dalle pagine dei media regionali e nazionali ha il coraggio di dire che si tratta di «un piano di lavoro che si occuperà esclusivamente di contenuti, inonderà il partito di proposte, idee, progetti, iniziative e delibere legate ai territori comunali». A questo punto ci stiamo chiedendo: ma lo stesso Enrico Gasbarra che concorrendo qualche anno fa come Segretario regionale del PD, fece una serie di proclami, di promesse, per poi sparire nel nulla? Si, lui. E ha il coraggio di dire che questo progetto è iniziato con la sua candidatura, perfezionato nel passaggio tra i vari congressi del Lazio: momenti in cui egli avrebbe incontrato persone e realtà nuove della società civile, spesso deluse. Mentre delle persone e delle realtà che da sempre sono deluse dalla condotta di questi esponenti del PD, a loro non importa un fico secco. Attenzione dunque a inondare il partito di “proposte, idee, progetti, iniziative e delibere legate ai territori comunali”, perché c’è il rischio che nelle sedi locali non ci sarà nessuno ad ascoltare.
Per gli ideatori del progetto però, i militanti sembrano non aver alcun valore. Ora, che le europee hanno portato il PD al 40%, Gasbarra e company credono di dover continuare a dirigere il partito e avvicinare i nuovi che si sono accostati al PD. Nuovi che non provengono da alcuna cultura politica e possono, eventualmente essere plasmati a dovere.
Di recuperare la distanza con le realtà già dentro il PD non c’è verso. Ma semplicemente perché ormai – e non pensiamo solo a Gasbarra, ma a molti altri esponenti di questa corrente – queste politici sono ormai conosciuti da chi finora ha lavorato, si è impegnato, ha discusso nelle sedi locali e provinciali, senza ottenere mai un cambiamento.
È un concetto che abbiamo già espresso in molte occasioni: i nuovi, quelli che con la politica dei giochi di potere, delle tessere, non hanno mai avuto a che fare, spesso stanno fuori perché odiano questi metodi. Quando si mettono in gioco, ci mettono due minuti a capire chi hanno davanti. E si divincolano dal politicante di turno. È per questo che ci auguriamo che i nuovi eletti nei comuni di questa provincia, comprendano con chi hanno a che fare, che pur continuando a partecipare alle iniziative pubbliche di questi politici – da troppo sono sulla cresta dell’onda – si distinguano mantenendo intatta la loro persona. Se sono stati eletti, è perché sono nuovi, non solo alla politica ma anche ai giochi che hanno ormai stancato da tempo quelli che la politica, da anni, la fanno non per senso civico e per la collettività.

Di Valerio Ascenzi

Sono nato ad Anagni il 25 giugno del 1977. Dal 1998 seguo la cronaca locale e provinciale. Dal 2001 sono iscritto all'ordine dei Giornalisti, elenco pubblicisti. Ho iniziato a lavorare per Ciociaria Oggi, per poi passare a Il Messaggero (cronaca di Frosinone), il Tempo (sempre di Frosinone) e poi al Quotidiano di Frosinone, giornale che ha avuto vita brevissima, esperienza a tratti positiva, ma conclusasi male a causa del fallimento del giornale. In ambito giornalistico e comunicativo ho lavorato in alcune iniziative editoriali romane e nazionali, accostandomi anche al mondo del foto-giornalismo.Ho alle spalle un percorso di studi lungo, poiché "travagliato". Era il 1997. I primi due anni di università li ho trascorsi nella facoltà di Farmacia presso La Sapienza. Già dopo il primo anno ho avvertito l'esigenza di cambiare. L'ho fatto poi iscrivendomi a Scienze della Comunicazione, sempre alla Sapienza, facoltà in cui avevo trovato la mia dimensione. Ma dovendo lavorare contemporaneamente – supplenze nella scuola pubblica e incarichi presso il Convitto Principe di Piemonte di Anagni - ho rallentato gli studi e li ho interrotti un paio di volte. Studiando e lavorando ho preparato due concorsi di abilitazione all'insegnamento – vinti entrambi. Oggi insegno nella scuola primaria, in provincia di Roma. Dopo aver preso il ruolo nel 2007, ho deciso di concludere il percorso universitario. Ho una laurea magistrale in Teorie e tecniche della comunicazione e dell'informazione, conseguita nel 2013 con una tesi in semiotica narrativa e storytelling: un lavoro meticoloso portato avanti per circa diciotto mesi, iniziato (e lasciato aperto) per garantire a me stesso una sorta di riqualificazione in un diverso settore della scrittura (la narrativa e lo screenwriting: la sceneggiatura). Del resto il giornalismo in questa provincia non dà più da mangiare a nessuno. In questi ultimi anni ho compreso che una formazione superiore non basta. Non basta neanche una laurea. Per questo ho ripreso a studiare di nuovo, iscrivendomi ad un master e non so se mi fermerò dopo.Scrivo per passione e da più di dieci anni faccio politica per passione. Dopo aver preso la tessera dei Democratici di Sinistra, sono divenuto per un paio di anni segretario di Anagni. Un traghettatore: nel 2007 siamo entrai nella fase costituente del PD. Avendo aderito alla mozione critica promossa da Gavino Angius, all'ultimo congresso dei DS, per restare coerente con la nostra linea (quella di lavorare per un PD iscritto al PSE) sono uscito con tutto il gruppo, dopo la totale indifferenza per le nostre proposte da parte dell'allora maggioranza guidata da Fassino. Il percorso politico da allora è stato sempre più difficile. Un'area politica, socialista democratica, realmente di sinistra, in Italia non è ancora nata. Nel 2008 ho seguito Angius nella costituente del PSI. Sono stato candidato alle elezioni politiche lo stesso anno. Il PSI non raggiunse neanche l'1%. L'esperienza con i socialisti non è stata positiva, non ne conservo un buon ricordo, soprattutto per il fatto che la struttura di quel partito non aveva nulla a che fare con la nostra cultura politica, fatta di partecipazione, discussione, analisi dei problemi e condivisione delle idee. Siamo rientrati a metà del 2009, insieme a Gavino Angius nel PD. Essendo noi una voce critica, ma piccola piccola, ci siamo resi conto del fatto che nel frattempo quel partito, i DS, non c'era più ed era stato sostituito da qualcosa che ancora oggi non sembra essere un partito. Gavino Angius rientrò con la volontà di lavorare per l'adesione al PSE. Ma ben presto si è capito che il PD andava in una direzione diversa. Nonostante tutto oggi il PD è un partito del socialismo europeo. Ma solo sull'etichetta. Di fatto, le sue politiche non sono di impronta socialista.Molti problemi annunciati dall'allora mozione Angius, sono ancora nodi da sciogliere nel PD nazionale e, a caduta, in quello regionale e provinciale. I circoli cittadini poi, lasciamoli perdere.Ho raccolto l'invito di Ignazio Mazzoli e di unoetre.it per cercare di coniugare la passione per la scrittura, per il giornalismo e per la politica. Per questo cerco di scrivere e commentare, sempre cercando di essere obiettivo, e allo stesso tempo critico, trattando i fatti della politica provinciale nell'area nord della provincia di Frosinone, in particolare ad Anagni.

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