
di Valerio Ascenzi – Quel che mancava al Partito democratico era una nuova corrente. Era da troppo tempo ormai che non accadeva. Quindi è nata Noi Dem, ma Guai a chiamarla corrente (dicono gli esponenti). Cos’è allora? Sarebbe un progetto che punta ad ispirarsi al modello del PD nazionale, sostengono sempre gli esponenti, ed è stata formata da tre gruppi storici del Partito democratico di Roma e del Lazio che hanno finalmente deciso di mostrare la loro vera natura: i popolari di Giuseppe Fioroni ed Enrico Gasbarra; gli ex Ds dalemiani di Umberto Marroni e Micaela Campana; i renziani di Paolo Gentiloni e Lorenza Bonaccorsi.
A nostro avviso è il trasformismo una delle caratteristiche che può tenere legati uomini e donne di questa corrente, che al suo interno vanta nomi che hanno dimostrato di essere buoni per tutte le stagioni, di poter essere dalemiani, fassiniani, veltroniani, lettiani, renziani, prodiani e chi più ne ha più ne metta, a seconda delle situazioni. Si parla poi di ispirazione al PD nazionale. Quale Pd? Quello al Governo o quello che ha azzerato la dialettica interna e che ogni tanto si concede di convocare una segreteria?
Mentre il Governo Renzi è impegnato in quella che è una lotta senza quartiere, finalizzata allo smantellamento della Costituzione repubblicana (con la collaborazione occulta di Berlusconi e nel totale spregio di quelli che sono i problemi reali del Paese reale) nel PD del Lazio hanno pensato bene di organizzare un nuovo gruppo. Ma gli esponenti non vogliono che si chiami corrente, proprio perché in effetti lo è, ma non è più di moda. Dichiarano di voler andare oltre il correntismo, ma non hanno sentito le risa di chi ha letto gli articoli di stampa su questa iniziativa. Chissà cosa realmente significa, per costoro, andare oltre. A giudicare dalle facce dei primi che vi hanno aderito, siamo portati a pensare che costoro, del correntismo se ne infischiano proprio. Ma attenzione non è una cosa buona: questi politici delle correnti, intese come aree di discussione, di dibattito tra diversi esponenti di una certa provenienza cultural politica, non hanno la benché minima consapevolezza. Per questi signori la discussione è roba superata. Qui il parallelismo con il PD nazionale, anzi con Renzi, è totalmente calzante. Molti di questi illustri esponenti, sono l’esempio di quali aberrazioni possa produrre oggi il trasformismo in politica: gattopardescamente tutto cambia, ma a nostro avviso troppo velocemente, sempre per fare in modo che la popolazione sia sempre disorientata.
Mettiamola così: Noi Dem si appresta a configurarsi come l’ennesimo tentativo di restyling, per un gruppo nutrito di politici ormai datati, che abbiamo da tempo avuto modo di conoscere, e che Renzi non ha mai voluto toccare perché anche la rottamazione renziana è un operazione gattopardesca. Come gattopardeschi possono essere gli intenti di chi vuole un gruppo, così eterogeneo come Noi Dem. Non è la dialettica interna che li terrà uniti, ma quel che loro dicono di voler combattere, ma che in effetti non ostacoleranno mai.
L’obiettivo di Noi Dem sarebbe quello di superare il correntismo inteso come “spartizione da manuale Cencelli”. Questa corrente – perché tale è, inutile creare sciocchi neologismi – nascerebbe per contrastare qualcosa che finora, molti dei suoi esponenti hanno voluto invece conservare. La spartizione delle poltrone. Non si sa di preciso quali siano, ma chi aderisce a gruppi del genere di solito pensa che se la poltrona non c’è oggi, uno sgabello nell’attesa lo può comunque trovare e domani la pazienza verrà premiata. Il quotidiano Il Tempo, nella sua versione on line, commentava qualche giorno fa: «In Noi Dem c’è un melting pot (amalgama) di culture politiche che coinvolgono tanto la maggioranza quanto l’opposizione interna a livello locale». Premesso che non sappiamo, in realtà, quanti tra costoro sappiano realmente cosa sia un melting pot, il concetto espresso sul quotidiano – notoriamente schierato a destra – cozza fortemente con l’ispirazione di Noi Dem al modello del PD nazionale, dove la minoranza è completamente esclusa da ogni forma di dialogo. Ma forse non si parla realmente di dibattito sui problemi, forse si vuol far intendere che le minoranze vengono tutelate in qualche modo, con qualche incarico. E quindi riecco presentarsi lo spettro del manuale Cencelli. Questo perché la tutela delle idee e delle proposte valide delle minoranze, non fa parte della cultura di chi fa finta di ascoltare, per poi agire come più ritiene opportuno.
Noi Dem sarebbe «un laboratorio per le riforme, per le proposte e l’azione di governo per la Provincia e la Regione». Affermazioni che destano ilarità ad alti livelli. Il PD ormai è malato, a chiacchiere, di riformismo. Si parla solo di riformare, cosa non si sa. Ma loro credono che far politica oggi significhi semplicemente nominare il concetto di riforma. Se in Noi Dem avessero intenzione di fare qualche riforma in linea con quanto accade nel PD nazionale, considerato il caos creato da Renzi, immaginate cosa potrebbero riuscire a creare gli esponenti di cui sopra nel Lazio.
Insieme a Gasbarra e ai deputati Umberto Marroni e Micaela Campana e alla presidente del PD del Lazio Lorenza Bonaccorsi, pare abbiano aderito anche il presidente dell’Assemblea Capitolina Mirko Coratti e l’ex eurodeputato ciociaro Francesco De Angelis, nostra conoscenza. Ovviamente vi avranno aderito a cascata anche tutti coloro i quali, eletti e non, con incarichi o senza, sono collegati a De Angelis. De Angelis ha già portato sul territorio iniziative pubbliche per promuovere l’associazione, invitando anche gli eletti – sindaci soprattutto – in provincia di Frosinone. Una mossa astuta, per accaparrarsi la paternità dell’individuazione dei candidati che poi hanno avuto successo nei comuni in cui il PD ha vinto. Astuta perché la vicinanza ai sindaci eletti, è palese, se la stanno contendendo, come al solito, Scalia e De Angelis.
Il punto di riferimento dell’area Noi Dem sarebbe Gasbarra, il quale dalle pagine dei media regionali e nazionali ha il coraggio di dire che si tratta di «un piano di lavoro che si occuperà esclusivamente di contenuti, inonderà il partito di proposte, idee, progetti, iniziative e delibere legate ai territori comunali». A questo punto ci stiamo chiedendo: ma lo stesso Enrico Gasbarra che concorrendo qualche anno fa come Segretario regionale del PD, fece una serie di proclami, di promesse, per poi sparire nel nulla? Si, lui. E ha il coraggio di dire che questo progetto è iniziato con la sua candidatura, perfezionato nel passaggio tra i vari congressi del Lazio: momenti in cui egli avrebbe incontrato persone e realtà nuove della società civile, spesso deluse. Mentre delle persone e delle realtà che da sempre sono deluse dalla condotta di questi esponenti del PD, a loro non importa un fico secco. Attenzione dunque a inondare il partito di “proposte, idee, progetti, iniziative e delibere legate ai territori comunali”, perché c’è il rischio che nelle sedi locali non ci sarà nessuno ad ascoltare.
Per gli ideatori del progetto però, i militanti sembrano non aver alcun valore. Ora, che le europee hanno portato il PD al 40%, Gasbarra e company credono di dover continuare a dirigere il partito e avvicinare i nuovi che si sono accostati al PD. Nuovi che non provengono da alcuna cultura politica e possono, eventualmente essere plasmati a dovere.
Di recuperare la distanza con le realtà già dentro il PD non c’è verso. Ma semplicemente perché ormai – e non pensiamo solo a Gasbarra, ma a molti altri esponenti di questa corrente – queste politici sono ormai conosciuti da chi finora ha lavorato, si è impegnato, ha discusso nelle sedi locali e provinciali, senza ottenere mai un cambiamento.
È un concetto che abbiamo già espresso in molte occasioni: i nuovi, quelli che con la politica dei giochi di potere, delle tessere, non hanno mai avuto a che fare, spesso stanno fuori perché odiano questi metodi. Quando si mettono in gioco, ci mettono due minuti a capire chi hanno davanti. E si divincolano dal politicante di turno. È per questo che ci auguriamo che i nuovi eletti nei comuni di questa provincia, comprendano con chi hanno a che fare, che pur continuando a partecipare alle iniziative pubbliche di questi politici – da troppo sono sulla cresta dell’onda – si distinguano mantenendo intatta la loro persona. Se sono stati eletti, è perché sono nuovi, non solo alla politica ma anche ai giochi che hanno ormai stancato da tempo quelli che la politica, da anni, la fanno non per senso civico e per la collettività.