BELLE ARTI. MOSTRE
Eduard Winklhofer al CAMUSAC di Cassino
di Francesco Spilabotte
Il giorno venerdì 28 ottobre 2022 alle ore 17.30 è stata inaugurata, presso il CAMUSAC (Cassino Museo Arte Contemporanea) di Cassino, la mostra dell’artista austriaco Eduard Winklhofer.
La personale, a cura del direttore scientifico e noto critico d’arte Bruno Corà, resterà in esposizione al CAMUSAC fino al prossimo 29 gennaio 2023. Alcune opere dell’artista austriaco sono state disposte in una sala espositiva del Museo presso l’Abbazia di Montecassino.
La mostra di Winklhofer dal titolo “Cos’altro oltre a noi abitava questa casa”, espressione ripresa dai versi della poetessa e scrittrice russa Marina Ivanovna Cvetaeva (1892-1941), ospita significative installazioni ed opere che sin da subito forniscono immagini e parole fortemente in grado di produrre scosse contro l’indifferenza. Un’arte relazionale, un’arte concettuale è quella di Eduard Winklhofer, nato a Voitsberg (Austria) nel 1961 da una famiglia di contadini, una realtà profondamente lontana dall’arte. Nonostante ciò, la sua passione ed interesse per l’arte si presentano sin dalla giovanissima età grazie ad alcuni libri di storia dell’arte fornitigli dalla zia che l’artista lesse e studiò per giungere successivamente a diplomarsi in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia.
Conversando con Winklhofer e l’essere immersi in uno spazio d’arte quale il CAMUSAC dà immediatamente, di primo acchito, l’impressione di trovarsi all’interno di una dimensione che conferisce la possibilità all’osservatore di percepire soggettivamente e liberamente la produzione immaginaria e poetica dell’artista.
Il pensiero generale dell’autore e dei lavori esposti presso il museo della Città Martire richiama all’opera letteraria del semiologo e filologo italiano Umberto Eco (1932-2016) “Opera Aperta”, nella quale si evidenzia l’importanza e l’esigenza di giungere ad un’opera aperta, ossia ad un lavoro che non abbia un’interpretazione univoca, o un preciso significato, ma che possa aprire ad una via di riflessione che può portare alla continuazione, alla discussione ed alla riflessione, rimandando dunque ad interpretazioni multiple ed escludendo aprioristicamente un unico campo semantico.
Elemento fondamentale in queste opere di Winklhofer risulta per l’appunto essere il senza titolo con il quale conia i suoi lavori con l’intento di eliminare un limite troppo stretto che si genererebbe se l’opera possedesse un nome, una qualificazione che inficerebbe inesorabilmente sull’interpretazione dell’osservatore. Secondo l’artista è sostanziale che l’opera comunichi, lasci un qualcosa all’osservatore che possa inconsciamente o consciamente ricondurlo al suo vissuto.
Tra i lavori esposti nel museo risalta subito all’occhio dell’osservatore un’installazione
molto singolare, ossia una barca con al suo interno un insieme di lampade poste nella parte posteriore. L’opera può avere un duplice significato: da una parte la barca figurativamente sta a rappresentare il momento in cui circa 15-20 anni fa sbarcarono in Italia diverse barche di profughi e di coloro che sono deceduti, dunque, la sofferenza, il dolore, l’amarezza, mentre dall’altra raffigura la barca di Caronte, il traghettatore di anime negli Inferi nell’Eneide di Virgilio Marone (70 a. C.-19 a. C.) e nell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri (1265-1321).
Un’altra delle opere facenti parte dell’elaborazione immaginaria dell’artista è un’installazione caratterizzata da più pannelli attaccati l’uno con l’altro i quali costituiscono una enorme parete di arnie mediante la quale Winklhofer vuole evidenziare il lavoro ed il mondo incredibile delle api, capaci di trasformare il nettare dei fiori che l’uomo non è in grado di vedere ad occhio nudo, in una sostanza nutriente come il miele.
Nella mostra vi sono lavori che richiamano a conflitti sociali e politici, che parlano anche del corpo dell’uomo e della sua fragilità, del pericolo dell’essere ferito come nell’opera in cui figura in lettere cubitali la parola “AUGE” dal tedesco “Occhio”, con schegge di vetro di varia dimensione collocate ad un lato, manifestando all’osservatore una sensazione di dolore e sofferenza. Mediante l’elaborazione di quest’opera l’artista sottolinea come il corpo umano sia continuamente in pericolo.
Anche i libri e le biblioteche sono elementi molto importanti nei lavori di Winklhofer, poiché costituiscono una stratificazione di memorie e di tempi; rimuovere gran parte di questi, vorrebbe dire cancellare il ricordo, giungendo ad una cancellazione della propria identità. Le opere dell’artista, dunque, sono opere che rappresentano la solitudine, la violenza, sia essa sociale, politica o individuale che ci separa inevitabilmente dalla nostra radice umana.
Winklhofer vuole chiaramente combattere contro l’indifferenza di tutti; le sue opere violente nell’impatto sono capaci di rendere l’osservatore partecipe della paura dell’essere ferito (come con le schegge di vetro) dalla violenza che subisce, come il Sig. K. protagonista ne “Il processo” romanzo dello scrittore boemo Franz Kafka (1883-1924), ove predomina la violenza del tempo, in una lenta e dolorosa attesa che alla fine lo porterà alla condanna a morte.
Il grande merito, secondo Winklhofer, della cultura greca antica consiste nell’introduzione nella cultura del dubbio creativo, che nasce con Sofocle (496 a. C.-406 a. C.) nella tragedia greca, che è essenziale e prerequisito indispensabile per un artista affinché possa porsi continui quesiti e giungere, attraverso uno studio ragionato e meditato, alla realizzazione di opere artistiche che nascondono al loro interno più significati intrinseci in attesa di essere riscoperti da chi le osserva ed ha quella curiosità del fanciullino pascoliano che permette di vincere e superare l’indifferenza dell’uomo contemporaneo.
Il CAMUSAC, inaugurato nel 2013 è un museo che si occupa fondamentalmente di incentivare la realizzazione e lo studio di opere di arte contemporanea. Le opere sono esposte sia internamente che esternamente. La struttura ospita un parco con installazioni e sculture che appartengono alla famiglia Longo che le ha raccolte mediante un lavoro cominciato negli anni ‘90 e guidato attentamente dal celebre critico e storico d’arte Bruno Corà.
Il progetto è iniziato ad opera dell’imprenditore Sergio Longo ed attualmente è portato avanti dalla figlia fotografa ed artista visuale Brunella Longo. La collezione consta di oltre duecento opere di artisti di rilievo internazionale, tra i quali si ricordano: Giovanni Anselmo, Nobuyoshi Araki, Alighiero Boetti, Enrico Castellani, Antony Gormley Rebecca Horn, Jannis Kounellis, Sol LeWitt, Mario Merz, Mimmo Paladino, Giulio Paolini, Beverly Pepper, Michelangelo Pistoletto e Gian Carlo Riccardi.
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